13 Mar L’Europa riscopre il nucleare dopo anni di illusioni energetiche
Ci sono momenti in cui la realtà irrompe con tale forza da rendere impossibile continuare a sostenere narrazioni costruite negli anni. Il dibattito energetico europeo sta vivendo esattamente una di queste fasi.
Per oltre un decennio l’Europa ha perseguito una strategia energetica fortemente orientata da visioni politiche e culturali che promettevano una transizione rapida e indolore. In quella stagione si è diffusa l’idea che bastasse fissare obiettivi ambiziosi, moltiplicare direttive e costruire un imponente apparato regolatorio per trasformare l’intero sistema energetico del continente.
Nel frattempo però, si compivano scelte molto concrete: le centrali nucleari venivano progressivamente abbandonate, gli investimenti strategici rallentavano e la sicurezza energetica del continente diventava sempre più dipendente da fattori esterni. Oggi, il conto di quelle decisioni, è davanti agli occhi di tutti.
Nel 1990 circa un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare. Attualmente quella quota si è ridotta intorno al 15%. Non si tratta di un processo naturale ma della conseguenza di scelte politiche precise che negli anni hanno gradualmente ridimensionato il ruolo di una delle poche fonti energetiche capaci di garantire continuità e stabilità nella produzione elettrica.
Intanto, il contesto internazionale è cambiato profondamente. Le tensioni geopolitiche, i conflitti che attraversano alcune delle aree più strategiche per l’energia globale e la crescente competizione tra grandi blocchi economici, hanno riportato al centro una parola che in Europa sembrava quasi scomparsa dal dibattito politico: sicurezza.
È dentro questo scenario che Bruxelles torna oggi a parlare di nucleare. La Commissione europea ha presentato una strategia che punta a sostenere lo sviluppo dei reattori modulari di piccole dimensioni, gli SMR, considerati una delle tecnologie più promettenti per la nuova generazione di energia nucleare.
L’obiettivo è costruire una vera alleanza industriale europea capace di accelerare lo sviluppo di queste tecnologie e di rafforzare la filiera continentale, coinvolgendo governi, aziende e centri di ricerca. Parallelamente si apre il tema dell’approvvigionamento delle materie prime strategiche, necessarie alla produzione nucleare, a partire dall’uranio.
Anche sul piano finanziario si registrano i primi segnali di un cambio di approccio. La Commissione europea ha previsto uno stanziamento iniziale di circa duecento milioni di euro attraverso il programma InvestEU per sostenere lo sviluppo delle tecnologie nucleari innovative fino al 2028.
Eppure, in questo cambio di rotta, emerge un paradosso che merita di essere sottolineato. In questi giorni assistiamo ad un improvviso entusiasmo per il nucleare da parte di molti di coloro che negli ultimi anni hanno sostenuto con convinzione le politiche energetiche che hanno contribuito a rendere l’Europa più fragile sul piano energetico.
Ancora più sorprendente è la proposta di finanziare questa nuova stagione nucleare attraverso la tassazione delle emissioni delle imprese. Il meccanismo appare singolare: prima si costruisce un sistema regolatorio che aumenta il costo dell’energia e comprime la competitività industriale europea; poi si propone di finanziare la ricostruzione della sicurezza energetica caricando ulteriormente il peso fiscale proprio sulle imprese che tengono in piedi il sistema produttivo del continente.
Nel frattempo la realtà continua a seguire tempi molto diversi da quelli della politica. Pur accelerando progettazione e autorizzazioni, la costruzione delle nuove centrali nucleari non potrà iniziare prima della prossima decade. Tra cantieri, infrastrutture e avvio della produzione, serviranno probabilmente altri cinque o dieci anni prima che queste tecnologie possano contribuire in modo significativo al sistema energetico europeo. In un mondo sempre più instabile, questo orizzonte appare lontano.
La questione vera, dunque, non riguarda semplicemente il nucleare, riguarda il metodo con cui l’Europa costruisce le proprie politiche energetiche e industriali.
Un continente che vuole restare competitivo non può permettersi strategie guidate da oscillazioni ideologiche o da improvvisi cambi di rotta. Energia significa sicurezza, significa industria, significa stabilità economica e sociale. Quando queste dimensioni vengono subordinate alla logica della regolazione o alla pressione del consenso immediato, il rischio è quello di trovarsi qualche anno dopo a dover ricostruire ciò che si è smantellato troppo velocemente.
Oggi l’Europa sembra accorgersene ma il problema è che questa consapevolezza arriva dopo anni in cui il continente ha progressivamente indebolito uno dei pilastri della propria sicurezza energetica.