Sicurezza pubblica, applicazione delle norme e tutela delle Forze dell’Ordine

Nell’intervista, il Cavaliere Domenico De Rosa richiama l’attenzione sul rapporto diretto tra certezza delle regole, libertà e sviluppo economico, sostenendo che senza sicurezza pubblica non può esistere un ambiente favorevole né per le famiglie né per l’impresa.

Il Cavaliere De Rosa spiega di aver scelto di intervenire perché, a suo avviso, la sicurezza non può essere ridotta a uno slogan o a un terreno di contrapposizione ideologica. La definisce un prerequisito della vita civile e dell’attività produttiva, evidenziando che un imprenditore investe solo dove percepisce regole chiare, tempi certi e uno Stato capace di prevenire e reagire; in mancanza di queste condizioni, il capitale tende a ritirarsi e il tessuto sociale si indebolisce.

Secondo De Rosa, la sicurezza è anche un fattore economico nel senso più concreto del termine: garantisce continuità operativa, permette alle persone di lavorare senza paura, assicura il funzionamento di trasporti e servizi e mantiene le città attrattive. A suo giudizio, incide persino sulla reputazione dei territori, perché quando un’area viene percepita come rischiosa, chi deve investire e creare lavoro tende a esitare.

Nel passaggio centrale, il Cavaliere insiste sul principio per cui le decisioni devono avere conseguenze. Sostiene che uno Stato credibile è quello in cui i provvedimenti non restano sulla carta, ma vengono eseguiti. Aggiunge che, se un soggetto è ritenuto pericoloso, deve essere neutralizzato con gli strumenti di legge e, più in generale, le regole devono valere davvero; altrimenti resta solo burocrazia e la realtà finisce per muoversi in direzione opposta.

In questo quadro, De Rosa colloca la tutela delle Forze dell’Ordine come punto particolarmente delicato. Le descrive come il presidio quotidiano che protegge cittadini e imprese, ma afferma che non è accettabile pretendere che operino “a loro rischio e pericolo” dentro un sistema di norme e procedure che talvolta non risulta adeguato a proteggere chi interviene. Richiama inoltre il valore umano e civico di chi indossa una divisa, sostenendo che a queste persone vadano garantiti rispetto, strumenti adeguati e regole chiare.

Il problema, per De Rosa, nasce quando le regole non sono chiare: si crea un paradosso in cui si chiedono interventi rapidi ed efficaci ma, al tempo stesso, si lascia l’operatore in una zona grigia in cui ogni decisione può trasformarsi in un rischio personale, professionale e giudiziario. A suo parere, questo non rafforza lo Stato, lo indebolisce, producendo sfiducia e paralisi operativa.

Alla domanda su come tutelare davvero chi garantisce l’ordine pubblico senza scivolare nella propaganda, De Rosa propone un approccio “serio e tecnico”: regole d’ingaggio più chiare, formazione continua, dotazioni coerenti e un impianto normativo che protegga chi agisce correttamente in situazioni complesse, evitando ambiguità e solitudine operativa. Precisa anche che le decisioni della magistratura vanno sempre rispettate, ma sottolinea che la politica ha il dovere di costruire un quadro normativo comprensibile e proporzionato alla realtà sul campo.

Il Cavaliere De Rosa indica poi tre priorità operative. La prima è l’esecuzione reale dei provvedimenti, con rimpatri e allontanamenti che funzionino davvero e non restino solo nei fascicoli. La seconda è la tracciabilità e l’interoperabilità dei sistemi per ridurre buchi e zone d’ombra. La terza è una revisione tecnica, non ideologica, di norme e protocolli operativi, così da tutelare insieme cittadini e Forze dell’Ordine e ridurre l’effetto “paura di intervenire”.

Sul rischio che questi temi alimentino paure e tensioni sociali, De Rosa sostiene che le tensioni aumentano quando lo Stato appare incoerente o inerme: quando la percezione è quella di impunità o inefficacia, la società tende a polarizzarsi. A suo giudizio, l’alternativa non è avere meno regole, ma applicare meglio quelle esistenti, con garanzie e tempi certi.

In conclusione, il Cavaliere De Rosa individua come linea rossa l’inerzia, perché la considera un costo reale in termini di vite, coesione sociale e fiducia. Ribadisce che la fiducia è il primo capitale di un Paese e che, senza fiducia, non esistono serenità per le famiglie né coraggio di investire, assumere e pianificare. Chiude definendo la sicurezza non un lusso, ma un’infrastruttura invisibile.