05 Gen Italia con le mani legate, Europa con la penna facile. Il Cavaliere Domenico De Rosa sul 2026 tra conti pubblici e realtà sociale
Nel commentare la manovra 2026, il Cavaliere De Rosa ha riconosciuto che i margini sono ridotti e ha difeso l’impostazione del Governo, giudicandola coerente con un quadro di finanza pubblica molto vincolato. Ha però riservato le osservazioni più severe all’assetto europeo e alla sua classe dirigente, ritenuti spesso capaci di imporre vincoli con grande rapidità e molto meno efficaci nel costruire condizioni concrete di competitività. Al centro della sua riflessione ha collocato un concetto che, a suo avviso, per le imprese vale più di qualsiasi slogan. La stabilità.
Il Cavaliere De Rosa ha spiegato che, per un’impresa, la stabilità non rappresenta una forma di “comfort”, ma una vera infrastruttura invisibile. È ciò che rende possibile investire, assumere, pianificare, sottoscrivere contratti pluriennali e finanziare innovazione. In assenza di stabilità, ha sostenuto, il capitale tende a ritirarsi, gli orizzonti si accorciano e anche il lavoro diventa più fragile. Ha quindi affermato in modo netto che la stabilità, dal punto di vista imprenditoriale, pesa più di un incentivo spot, più di un bonus una tantum e più di un annuncio.
Entrando nel concreto, ha chiarito che per stabilità intende regole comprensibili e non mutevoli a ogni stagione, una fiscalità prevedibile, tempi amministrativi certi, energia con costi non soggetti a oscillazioni improvvise e un contesto geopolitico che non trasformi logistica e mercati in una roulette quotidiana. Quando queste variabili si muovono troppo, ha aggiunto, l’impresa non subisce soltanto un costo aggiuntivo. Modifica il proprio comportamento, riduce gli investimenti, rinvia le assunzioni, aumenta coperture e margini di sicurezza, alza i prezzi e accumula scorte. E, alla fine, quel costo ricade sul Paese.
Per il Cavaliere De Rosa la stabilità non è quindi un’astrazione. È un moltiplicatore di produttività e fiducia. In un ambiente stabile, ha osservato, le decisioni si costruiscono su orizzonti di tre o cinque anni. In un ambiente instabile si ragiona a tre mesi. E quando un sistema economico si abitua al breve periodo, tende a perdere qualità, investimenti e, progressivamente, anche una certa etica del lavoro, perché prevale la logica del “tirare a campare” rispetto a quella del costruire.
Nella sua analisi ha poi richiamato l’idea che l’Italia possa fare molto ma non possa fare tutto, proprio perché si muove dentro un perimetro stretto. Ha richiamato gli obiettivi che vengono associati alla manovra 2026, citando la traiettoria del deficit e ricordando che, in parallelo, il debito resterebbe elevato. In un quadro del genere, ha insistito, la stabilità diventa anche prudenza. Significa evitare scosse inutili, rinunciare a esperimenti azzardati e non adottare politiche che danno e tolgono nel giro di pochi mesi.
Per questo motivo ha dichiarato di considerare positiva la linea del Governo, sostenendo che, in un contesto vincolato, mantenere una rotta coerente e non traumatica rappresenti un servizio al Paese e al tessuto produttivo. Ha richiamato l’idea di una manovra impostata su serietà e responsabilità e, da imprenditore, ha ribadito che la continuità è un valore perché riduce quel “premio al rischio” che finisce per gravare su imprese e famiglie.
È su questo sfondo che, secondo il Cavaliere De Rosa, emerge il tema europeo. A suo giudizio l’Europa chiede disciplina, ma non sempre garantisce stabilità competitiva. Ha riconosciuto che la disciplina fiscale ha una sua logica e ha ricordato che l’Unione Europea ha ripristinato un quadro di governance con traiettorie pluriennali. Tuttavia, ha sottolineato che l’Europa risulta meno efficace nel ridurre i fattori che generano instabilità reale, citando energia, infrastrutture, burocrazia e tempi decisionali. Da qui la sua conclusione politica. Pretendere stabilità di bilancio senza costruire stabilità economica è, a suo avviso, un esercizio incompleto.
Sul piano sociale, il Cavaliere De Rosa ha avvertito che l’instabilità tende a irrigidire la società. Aumentano diffidenza e polarizzazione, cresce la sensazione che si paghino sempre costi senza vedere miglioramenti. Quando le persone percepiscono soprattutto incertezza e sacrifici, ha osservato, prima o poi non reggono più né la transizione né la retorica.
In chiusura, sintetizzando ciò che ritiene essenziale per il 2026, ha indicato quale promessa fondamentale un governo dovrebbe rivolgere alle imprese. Una promessa semplice e credibile, fondata sulla certezza del quadro. Non cambiare le regole ogni sei mesi. A suo giudizio, proprio questa continuità libera investimenti. E dove c’è investimento, ha concluso, c’è lavoro. Dove c’è lavoro, c’è coesione sociale.