“Non è più il divieto, ma resta la tagliola”. La posizione del Cavaliere De Rosa sulla condizione kafkiana dell’automotive europeo.

Il titolo promette una svolta, ma il Cavaliere De Rosa invita a leggere oltre l’effetto-annuncio. In queste ore circolano ricostruzioni giornalistiche secondo cui l’Unione Europea starebbe valutando un ammorbidimento dell’impostazione sul 2035, sostituendo l’idea di un taglio “totale” con un obiettivo di riduzione al 90% per le emissioni di CO₂ nei target di flotta. Al netto delle indiscrezioni, il Cavaliere sottolinea un punto di metodo: finché non esiste un testo normativo pubblicato e operativo, si resta nel campo della politica e della comunicazione, non ancora in quello delle regole certe.

Ed è proprio qui che il Cavaliere Domenico De Rosa colloca la sua definizione più dura: l’Europa si muove in una condizione kafkiana, dove il perimetro cambia nel linguaggio ma rischia di restare intatto nella sostanza. Perché non basta dire “non è più un ban” se poi rimane un vincolo così vicino allo zero da produrre un effetto pratico quasi identico. Se l’obiettivo resta talmente stringente da rendere marginale tutto ciò che non è a emissioni allo scarico pari a zero, allora la differenza tra divieto e target diventa soprattutto semantica.

Il Cavaliere insiste su una chiave industriale, non ideologica. Un settore non ragiona per slogan ma per catene di fornitura, cicli di investimento, ammortamenti, competenze, domanda solvibile e tempi tecnici. Il Cavaliere osserva che l’automotive europeo, negli ultimi anni, ha vissuto una pressione crescente tra riconversioni costose e incertezza regolatoria; in un quadro del genere, “aggiustamenti” minimi presentati come grandi svolte possono perfino peggiorare la situazione perché spingono le imprese a investire nel buio, senza una traiettoria stabile.

Qui nasce la diffidenza del Cavaliere Domenico De Rosa verso quella che viene descritta come un’“intesa ponte”. Se il ponte consiste nel passare dal 100% al 90% senza cambiare la logica di fondo, potrebbe restare in piedi solo una porzione minuscola di mercato per soluzioni non completamente elettriche. E questo “fa sorridere” in senso amaro: perché se sopravvivono soltanto nicchie, anche per le ibride plug-in, non si sta davvero salvaguardando una pluralità industriale, ma si sta concedendo un margine residuale, spesso più contabile che strutturale.

Il Cavaliere riassume il rischio con una frase che considera decisiva: attenzione alle cure che sono peggiori del male che si intende curare. Se la cura è una transizione più realistica, allora va costruita con coerenza e pragmatismo. Se invece è una cura solo di facciata, un cambio di cornice comunicativa che lascia il cuore del vincolo quasi immutato, può produrre due danni insieme: illudere l’opinione pubblica di una “retromarcia” e, contemporaneamente, continuare a comprimere la capacità dell’industria europea di reggere la concorrenza globale.

Il Cavaliere De Rosa chiude con un criterio semplice: o si sceglie davvero la neutralità tecnologica con regole che rendano praticabile un ventaglio di soluzioni su scala di massa, oppure si ammette che la traiettoria resta sostanzialmente monodirezionale e la si governa con strumenti industriali adeguati. Il Cavaliere conclude che l’Europa non può permettersi compromessi che migliorano il titolo ma non la realtà, perché quando l’industria è stremata, anche una “correzione” minima rischia di diventare una medicina che irrita la ferita invece di guarirla.