04 Mag Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, cinque volte.
C’è una domanda che mi viene posta spesso, in modi diversi ma con la stessa sostanza: “perché un imprenditore con responsabilità operative su dieci paesi, migliaia di unità di carico e una struttura che non si ferma mai dovrebbe svegliarsi all’alba per allenarsi a correre una maratona?”
La risposta non è nello sport, è nel metodo.
Il 26 aprile 2026 ho completato la TCS London Marathon, la mia quinta Major Marathon, quinta volta che arrivo alla linea di partenza di una delle gare più esigenti al mondo e quinta volta che arrivo alla linea di arrivo. Non è un dato statistico, è una scelta ripetuta, ogni volta consapevole, ogni volta più difficile da giustificare razionalmente e ogni volta più necessaria.
Londra quest’anno era qualcosa di straordinario anche sul piano della storia dello sport: Sabastian Sawe ha corso in 1:59:30, diventando il primo essere umano a completare una maratona ufficiale sotto le due ore, mentre Tigst Assefa ha abbassato il suo stesso record mondiale femminile a 2:15:41. Ero lì, e quella cornice storica rendeva tutto più grande, ma non era quello il motivo per cui mi trovavo su quel percorso dal Blackheath alla Mall.
Il punto vero è quello che succede tra il momento in cui decidi di iscriverti e il momento in cui metti un piede davanti all’altro per quarantadue chilometri in una città che ti guarda correre, perché in mezzo c’è tutto: la preparazione, la gestione del corpo come risorsa limitata, le decisioni sotto pressione e gli aggiustamenti continui quando il piano originale si scontra con una realtà che non ha nessun interesse a rispettare le tue previsioni.
Una maratona non si gestisce, si naviga, e chi ha corso sa esattamente di cosa parlo. Tra il trentesimo e il trentacinquesimo chilometro arriva sempre quel momento in cui le certezze costruite in mesi di allenamento smettono di essere certezze, il corpo invia segnali contraddittori, la mente inizia a negoziare con se stessa e il piano di gara che sembrava solido mostra le sue crepe nel modo più impietoso possibile. In quel momento non esiste una risposta tecnica preconfezionata da applicare, esiste solo la capacità di leggere la situazione reale, non quella che avevi immaginato, e di prendere decisioni con le risorse che hai disponibili in quell’istante preciso, non quelle che avresti voluto avere.
Questo, nella sua forma più autentica, è fare impresa, non nella versione romantica che si racconta nei convegni, ma nella versione concreta che si vive ogni giorno quando guidi un’organizzazione complessa in un mercato che cambia più velocemente di quanto qualsiasi piano strategico riesca ad anticipare. I costi energetici che si ridisegnano per effetto di variabili geopolitiche che nessuno controllava diciotto mesi fa, le normative europee che modificano le regole del gioco mentre la partita è già in corso, i mercati che aprono e chiudono finestre di opportunità in tempi che non si adattano ai cicli di approvazione interni: tutto questo richiede esattamente la stessa capacità che richiede una maratona difficile, ovvero la tenuta.
La tenuta non si improvvisa e non si eredita, si costruisce attraverso l’esposizione ripetuta alla difficoltà, attraverso la capacità di imparare da ogni gara e portare quella conoscenza alla successiva, attraverso la disciplina di prepararsi seriamente anche quando nessuno ti controlla e nessun risultato immediato giustifica lo sforzo che stai sostenendo.
Cinque Major Marathon completate non fanno di me un atleta, ma fanno di me qualcuno che sa cosa vuol dire impegnarsi su un obiettivo lungo, accettare che il percorso sarà più duro di quanto previsto e arrivare comunque, con le gambe che chiedono di fermarsi e la testa che decide di no.
Ogni imprenditore che conosco ha la propria versione di questo percorso, con forme diverse e contesti diversi, ma con la stessa sostanza di fondo. Il traguardo sulla Mall di Londra, con ottocentomila spettatori che riempivano le strade, era bello da vedere e da vivere, ma la parte che conta davvero stava nei chilometri prima, come sempre accade in tutto ciò che vale la pena di fare.