Non condivido la decisione della BCE di aumentare ancora il costo del denaro

Il 10 settembre il Consiglio direttivo ha alzato di 25 punti base i tassi di riferimento; dal 16 settembre il tasso sui depositi salirà al 2,50% e quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65%.

La BCE motiva la scelta con un’inflazione destinata a restare sopra l’obiettivo del 2%, anche per effetto delle tensioni in Medio Oriente e dell’aumento dei prezzi energetici e qui, a mio avviso, emerge una contraddizione.

Se una parte rilevante dell’inflazione nasce dal petrolio, dal gas e dalle tensioni geopolitiche, aumentare i tassi non interviene sulla causa originaria del problema, non riduce il prezzo del Brent, non aumenta l’offerta e non rende più sicure le rotte di approvvigionamento. Produce, invece, conseguenze immediate sull’economia reale.

Per un’impresa significa finanziare a condizioni peggiori un nuovo impianto, un camion, un magazzino o un investimento tecnologico: alcuni progetti proseguiranno, altri saranno rinviati, altri non partiranno. Per le famiglie significa mutui e finanziamenti più onerosi; per l’economia significa meno credito e una pressione ulteriore su una crescita europea che resta debole.

La BCE teme che uno shock energetico possa trasferirsi stabilmente a salari, prezzi e aspettative. È un rischio reale e Francoforte deve impedirlo.

La questione è capire fino a dove sia razionale utilizzare la leva monetaria contro un fenomeno che nasce soprattutto dal lato dell’offerta.

Le nuove previsioni della BCE indicano per il 2026 un’inflazione media del 3% e una crescita dell’Eurozona dello 0,9%. Per chi fa impresa il risultato è molto concreto: costi operativi più elevati e finanziamenti più onerosi arrivano nello stesso momento.

Nel settore dei trasporti questa combinazione è particolarmente evidente. Il rincaro dei carburanti incide sull’attività quotidiana, mentre tassi più alti rendono più difficile rinnovare le flotte, investire in nuove tecnologie e aumentare la produttività. Qui nasce il vero paradosso europeo.

Alle imprese viene chiesto di accelerare sulla transizione, sull’efficienza e sulla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, ma il capitale necessario per finanziare questo percorso diventa più caro.

Questo non significa ignorare l’inflazione, significa riconoscere che la politica monetaria funziona bene quando deve raffreddare un eccesso di domanda, molto meno quando lo shock nasce da fattori geopolitici e da problemi di approvvigionamento.

Una banca centrale può frenare il credito ma non può produrre più petrolio, aumentare le forniture di gas o eliminare il rischio geopolitico. Per questo credo che una parte molto più rilevante della risposta europea debba concentrarsi su sicurezza degli approvvigionamenti, diversificazione delle fonti, infrastrutture e capacità produttiva.

La BCE deve evitare che uno shock temporaneo diventi inflazione permanente, ma non può essere caricata del compito di risolvere problemi che nascono fuori dal suo campo d’azione.

La domanda da porsi è semplice: “Fino a quale punto è razionale combattere un’inflazione provocata dall’energia rendendo più costosi anche gli investimenti necessari per ridurne la dipendenza?”

Se il problema nasce lì, è lì che l’Europa deve intervenire.