31 Ago L’Islanda dice no all’UE. Il problema non è l’Europa, ma l’Europa che Bruxelles sta costruendo
Il voto dell’Islanda merita molta più attenzione di quella che probabilmente riceverà nel dibattito europeo.
Gli islandesi hanno respinto la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea. Il punto che considero politicamente più interessante è che non stavano decidendo se entrare immediatamente nell’UE, stavano decidendo se tornare al tavolo delle trattative e hanno detto no anche a questo.
Liquidare il risultato come una particolarità islandese sarebbe comodo e secondo me sarebbe anche un errore.
Perché dietro quella scelta c’è una domanda che ormai attraversa una parte crescente dell’opinione pubblica europea: che cosa offre oggi l’Unione Europea in cambio della quota crescente di sovranità che chiede agli Stati di trasferire a Bruxelles?
L’Islanda rende questa domanda ancora più interessante perché non è un Paese isolato dall’Europa; fa parte dello Spazio economico europeo, partecipa al mercato unico, è dentro Schengen, ha rapporti commerciali profondissimi con l’Unione. L’Europa rappresenta già il principale mercato di riferimento per l’economia islandese. Non siamo quindi davanti alla contrapposizione semplicistica tra europeisti e antieuropeisti.
Gli islandesi non stanno scegliendo l’isolamento, stanno valutando quanto convenga passare da una forte integrazione economica ad una piena integrazione politica e istituzionale. E la risposta, almeno oggi, è stata negativa.
Il vero problema è la convenienza dell’adesione. Per molti anni l’ingresso nell’Unione Europea è stato percepito quasi automaticamente come un avanzamento: più mercato, più stabilità, più investimenti, maggiore capacità negoziale internazionale, maggiori possibilità di crescita.
Quella convinzione oggi non può più essere data per scontata. Un Paese economicamente sviluppato fa i conti, valuta ciò che ottiene e ciò che perde.
L’Islanda dispone già di gran parte dei vantaggi derivanti dal mercato europeo, mantenendo contemporaneamente margini importanti di autonomia su materie che considera decisive. La pesca è probabilmente l’esempio più evidente.
Per un Paese nel quale i prodotti marini rappresentano una parte essenziale delle esportazioni, il controllo delle risorse ittiche non è una questione ideologica. È politica industriale, è occupazione, è ricchezza nazionale, è sovranità economica.
Perché un Paese dovrebbe cedere ulteriori competenze se ritiene di poter continuare a beneficiare dell’integrazione economica europea mantenendo maggiore libertà sulle proprie risorse?
È una domanda perfettamente razionale ed è precisamente la domanda che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare.
Il problema che vedo nell’attuale costruzione europea nasce quando l’integrazione smette di significare cooperazione e comincia a significare uniformità.
Ventisette Paesi hanno strutture economiche diverse, hanno sistemi industriali diversi, disponibilità energetiche differenti, livelli di debito differenti, mercati del lavoro diversi e interessi nazionali che inevitabilmente non coincidono.
Eppure negli ultimi anni Bruxelles ha spesso cercato di applicare politiche comuni come se queste differenze fossero secondarie. Lo abbiamo visto nelle politiche energetiche, lo abbiamo visto nell’automotive, lo abbiamo visto nell’agricoltura e lo vediamo nella quantità crescente di regolamentazione che entra direttamente nelle decisioni industriali delle imprese europee.
A mio avviso, questo è uno degli errori più seri commessi dall’Unione. L’Europa dovrebbe indicare obiettivi comuni lasciando alle economie nazionali maggiore libertà nel decidere come raggiungerli, invece troppo spesso si è scelta la strada opposta: si decide quali tecnologie debbano prevalere, quali modelli produttivi vadano incentivati, quali attività debbano essere progressivamente penalizzate e quali investimenti siano considerati compatibili con determinate priorità politiche.
Quando la politica pretende di anticipare il mercato, il rischio è che l’ideologia preceda la realtà industriale. E quando questa impostazione produce costi, perdita di competitività o disinvestimenti, la distanza tra Bruxelles e cittadini aumenta inevitabilmente.
C’è anche un altro tema che ritengo impossibile continuare a ignorare. La Commissione Europea esercita oggi un potere enorme sulla vita economica degli Stati membri. Le sue decisioni incidono direttamente sulle imprese, sull’energia, sui trasporti, sull’ambiente, sulla concorrenza, sull’agricoltura e sulla politica industriale.
La Commissione dispone di una legittimazione istituzionale prevista dai trattati. Il Presidente viene proposto dal Consiglio europeo ed eletto dal Parlamento europeo, mentre l’intera Commissione è sottoposta al voto del Parlamento.
Questo è un fatto, ma è altrettanto evidente che il rapporto tra cittadini e potere esecutivo europeo rimane molto più indiretto rispetto a quello esistente negli ordinamenti nazionali.
Un cittadino può mandare a casa un governo nazionale attraverso le elezioni. Il rapporto di responsabilità politica nei confronti della Commissione è molto più complesso e distante: più aumenta il potere europeo, più questa distanza diventa politicamente rilevante.
Non considero quindi corretto liquidare il crescente euroscetticismo come populismo, disinformazione o chiusura nazionalista. In molti casi è una domanda perfettamente legittima di responsabilità democratica.
Chi decide? Con quale mandato? Chi risponde quando una politica produce conseguenze economiche negative?
Sono domande alle quali un’Unione che vuole continuare ad aumentare le proprie competenze deve fornire risposte convincenti.
L’euroscetticismo non nasce dal nulla. A mio avviso Bruxelles commetterebbe un errore serio se interpretasse ogni critica all’attuale costruzione europea come ostilità verso l’Europa.
Sono due cose profondamente diverse: si può credere nella cooperazione europea e contemporaneamente ritenere sbagliate alcune politiche della Commissione. Si può considerare indispensabile il mercato unico e pretendere maggiore autonomia nazionale. Si può volere un’Europa forte senza volere necessariamente un’Europa centralizzata.
Anzi, ritengo che il futuro stesso dell’Unione dipenderà dalla capacità di comprendere questa distinzione.
Lo scetticismo cresce quando i cittadini percepiscono che le istituzioni europee chiedono sempre maggiori competenze senza riuscire contemporaneamente a produrre crescita sufficiente, maggiore competitività internazionale e una politica industriale capace di difendere realmente le imprese europee.
La questione diventa ancora più evidente osservando la competizione con Stati Uniti e Cina.
Mentre le grandi potenze mondiali difendono apertamente i propri interessi industriali, l’Europa continua spesso a imporre alle proprie imprese vincoli che i concorrenti internazionali non hanno.
Questo modello, secondo me, non è sostenibile nel lungo periodo.
Il voto islandese non dimostra che l’Unione Europea sia destinata a fallire, dimostra qualcosa di più interessante. L’appartenenza all’UE non viene più considerata automaticamente conveniente da tutti, deve essere dimostrata con i risultati, con la crescita, con una maggiore competitività, con meno burocrazia, con politiche industriali compatibili con la realtà economica, con istituzioni capaci di riconoscere che l’Europa è composta da nazioni diverse e che questa diversità non rappresenta un problema da eliminare.
Rappresenta la natura stessa dell’Europa. Per questo considero il voto islandese un segnale che Bruxelles dovrebbe studiare con grande attenzione.
Quando un Paese già profondamente integrato economicamente con l’Unione preferisce conservare maggiore autonomia politica, la domanda corretta non è perché gli islandesi non comprendano i vantaggi dell’Europa. La domanda è un’altra: perché oggi quei vantaggi non appaiono abbastanza forti da convincerli ad entrare?
È da questa domanda che dovrebbe cominciare una riflessione seria sul futuro dell’Unione Europea.