15 Giu Se l’Europa continua a colpire le imprese, finirà per colpire sé stessa
C’è un principio che dovrebbe guidare ogni decisione economica: quando un problema nasce da una causa specifica, bisogna intervenire su quella causa. Diversamente, si rischia di peggiorare la situazione anziché risolverla.
È per questo che suscita molte perplessità l’approccio adottato negli ultimi anni dall’Europa nella lotta all’inflazione.
L’aumento dei tassi di interesse viene spesso presentato come una scelta tecnica e inevitabile. Eppure, raramente si affronta una domanda fondamentale: quali sono state le vere cause dell’inflazione che ha colpito il continente?
L’impennata dei prezzi non è stata determinata da un eccesso di consumi o da una crescita economica fuori controllo. Al contrario, è stata alimentata soprattutto dall’esplosione dei costi energetici, dalle tensioni geopolitiche, dalle difficoltà delle catene di approvvigionamento e dall’aumento dei costi delle materie prime.
Di fronte a questo scenario, continuare ad aumentare il costo del denaro significa scaricare ulteriori difficoltà su chi produce, investe e crea occupazione.
Ogni rialzo dei tassi rende più oneroso finanziare nuovi impianti, acquistare tecnologie, sviluppare infrastrutture, rinnovare flotte, sostenere la crescita aziendale e programmare investimenti di lungo periodo. In sostanza, si finisce per frenare proprio quella parte dell’economia che dovrebbe essere sostenuta.
Le imprese non rappresentano il problema, rappresentano una parte essenziale della soluzione. Sono le imprese a creare lavoro, generare reddito, alimentare il gettito fiscale e sostenere il sistema economico. Sono le imprese che investono in innovazione, formazione e sostenibilità. Sono le imprese che permettono ai territori di crescere e alle comunità di prosperare.
Quando si rende più difficile fare impresa, non si colpisce soltanto l’imprenditore, si colpiscono i lavoratori, le famiglie, gli investimenti e le prospettive di crescita di un intero Paese.
Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva stratificazione di norme, vincoli, adempimenti e costi che hanno reso il contesto europeo sempre più complesso. Troppo spesso le esigenze dell’economia reale sembrano essere rimaste sullo sfondo rispetto a una visione fortemente burocratica dello sviluppo.
I risultati sono evidenti: crescita debole, investimenti rallentati, produttività stagnante e una competitività sempre più sotto pressione.
L’Europa ha bisogno di una visione diversa: ha bisogno di energia a costi sostenibili, di semplificazione amministrativa, di infrastrutture moderne, di una politica industriale che favorisca gli investimenti anziché ostacolarli e soprattutto, ha bisogno di recuperare fiducia nei confronti di chi ogni giorno genera valore economico e sociale.
La ricchezza non nasce nei regolamenti, nasce nelle aziende, nelle fabbriche, nei porti, nei magazzini, nei laboratori, nei cantieri e in tutti quei luoghi dove persone e imprese trasformano idee, lavoro e capitale in sviluppo.
Se l’Europa vuole tornare a crescere, deve tornare a mettere al centro la competitività, l’impresa e la creazione di valore. Perché quando si indebolisce chi produce ricchezza, alla fine si indebolisce l’intera società.